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La defensa de la vida en el contexto de las normas y políticas internacionales


Creación: Academia Pontificia para la Vida
Fuente: Santa Sede
Lengua original: Italiano
Copyright del original italiano: No
Traducción inglesa: Santa Sede
Copyright de la traducción inglesa: No
Fecha: 11 de febrero de 2000
Comprobado el 12 de enero de 2003

 


La difesa della vita nel contesto delle politiche e norme internazionali

Intervento dell'arcivescovo Jean-Louis Tauran alla VI Assemblea Generale della Pontificia Accademia per la Vita

Ripercorrendo l'evolversi del dibattito nelle sedi internazionali in questi ultimi cinque anni, appare quanto l'Evangelium vitae (1) sia stata attuale. L'Enciclica presentava autorevolmente la posizione della Chiesa su una serie di attentati alla vita umana, specie al suo inizio ed al suo termine, che assumono un carattere nuovo in quanto aspirano a essere riconosciuti come diritti (2). E in effetti, negli anni seguenti, i momenti fondamentali della vita umana, come pure la sua trasmissione, sono stati presenti come forse mai prima non solo nella ricerca scientifica, ma anche nella formulazione delle politiche e nella produzione di strumenti giuridici internazionali.

Per avere un quadro adeguato, si deve premettere una distinzione fondamentale. Da una parte, vi sono le linee di tendenza emerse nelle Conferenze globali organizzate dalle N.U., che sono piuttosto di natura "politica", e però informano l'azione degli organismi internazionali del sistema delle N.U. Dall'altra parte, c'è il livello normativo, proprio delle convenzioni, le quali obbligano gli Stati, spesso limitandosi a singole questioni.

La difesa della vita alle Conferenze globali (Il Cairo e Beijing)

Dopo la caduta della contrapposizione ideologica tra i blocchi, pareva possibile, all'inizio degli anni '90, elaborare un consenso mondiale sui principali problemi dell'umanità. Si ebbe cosi una serie di Conferenze globali organizzate dalle N.U., le quali - è giusto darne atto - hanno contribuito a mettere a fuoco le necessità e le prospettive dell'umanità e a definire in modo più equilibrato lo sviluppo, che non è solo economico, ma sostenibile, umano e sociale ["Place people at the centre of development and direct our economies to meet human needs more effectively" (3)]. Per quanto riguarda la difesa della vita umana, il clima culturale era allora segnato da due elementi: innanzitutto, da previsioni apocalittiche di una crescita demografica superiore alle risorse del pianeta, e, in secondo luogo, da una ideologia di femminismo radicale che reclamava la possibilità, per la donna, a disporre in modo totale del proprio corpo, ivi compreso un figlio non ancora generato.

In questo contesto, l'International Conference on Population and Development, al Cairo (5-13 settembre 1994), pose l'accento non sullo sviluppo, bensì sul controllo della popolazione, e vide una forte spinta a porre al centro la "salute riproduttiva delle donne" (4). Cosi, l'aborto venne considerato come una dimensione della politica demografica e come un servizio sanitario ("reproductive health service"). D'altra parte, però, nonostante forti pressioni, anche per l'impegno deciso della Delegazione della Santa Sede, fu riaffermato il principio ottenuto a Città del Messico nel 1984 e cioè che in nessun caso l'aborto potesse essere considerato un mezzo di pianificazione familiare (5), e non fu proclamato il cosiddetto "diritto all'aborto". Questi punti furono mantenuti anche un anno dopo, alla Fourth World Conference on Women (Beijing, 4-15 settembre 1995), dove le pressioni già attive al Cairo tornarono ancora più forti, diffondendo nei documenti finali il linguaggio su cui la Santa Sede aveva posto nel 1994 le proprie serie riserve. Una valutazione equilibrata di questi grandi incontri internazionali deve tener comunque presente che altre conclusioni - come quelle del Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sociale di Copenaghen, nel 1995, o del Vertice Mondiale sulla Sicurezza Alimentare a Roma, nel 1996 - sono risultate, specie sui temi sociali, decisamente più vicine alle posizioni della Santa Sede. Le tendenze presenti al Cairo ed a Beijing sono riaffiorate al momento in cui le N.U. hanno voluto dare una valutazione, a distanza di cinque anni, dell'attuazione del Programma d'Azione del Cairo. Si voleva introdurre la nuova espressione equivoca "contraccezione d'emergenza" (emergency contraception) che copre la realtà di un aborto precoce, indotto con pillole. La Santa Sede, con l'appoggio dell'Argentina, del Nicaragua e di alcuni altri Paesi riuscì a non far approvare questa espressione (6). La Santa Sede, inoltre ha denunciato la tendenza ad accettare un esercizio della sessualità fuori dal matrimonio, anche per gli adolescenti, e a considerare l'aborto come una dimensione delle politiche demografiche e come un metodo di scelta (7).

Anche in vista dell'azione nella società in difesa della vita umana, ci chiediamo: qual è il peso delle conclusioni di questi incontri mondiali? Ricordiamo che esse non sono testi normativi per gli Stati, ma stabiliscono, per consenso, principi generali che hanno soltanto valore orientativo ("soft law"). Questi principi sono intesi a creare o confermare tendenze, che influenzano poi le decisioni politiche dei singoli Paesi. Inoltre, questi principi possono divenire condizioni per gli aiuti multilaterali o anche bilaterali ai Paesi poveri.

È da notare però che si è di fronte a tendenze che non si decidono su di un solo termine o un solo paragrafo; mentre in sede di verifica "Cairo + 5" l'espressione "emergency contraception" non era approvata, negli stessi giorni la pillola abortiva RU486 veniva liberalizzata, con il nome di Mifegyne, in alcuni Stati europei (8). E questo grave fatto può essere visto nella linea dell'altra affermazione del Programma di Azione della Conferenza del Cairo "nei casi in cui l'aborto non è proibito dalla legge, esso dovrebbe essere praticato in condizioni di sicurezza" (n. 8.25) (9). Come sapete, la "pillola del giorno dopo" è distribuita, da parecchie settimane, nelle scuole in Francia e, in via sperimentale, nelle farmacie di Londra.

È da rilevare che le motivazioni addotte per sostenere queste tendenze sono andate mutando. All'inizio - ad es. prima e durante la Conferenza del Cairo - si agitava lo spettro di una crescita incontrollata della popolazione, ma questo timore è stato smentito: mentre le proiezioni demografiche vengono riviste al ribasso, i documenti internazionali associano ora al tema della crescita demografica quello dell'"invecchiamento della popolazione". Ultimamente, si è affermato il cosiddetto "human rights approach": tutte queste tematiche vengono cioè viste in termini di diritti umani. Spesso, si fa anche appello alla libertà individuale di disporre del proprio corpo, in particolare per gli adolescenti.

Linee d'azione dei Comitati delle Convenzioni e delle Agenzie del sistema delle Nazioni Unite

Le conclusioni delle Conferenze globali hanno anche un secondo effetto. Esse costituiscono un orientamento per i Comitati delle Convenzioni e una direttiva per l'azione politica delle agenzie e degli organismi internazionali, in particolare quelli del sistema delle Nazioni Unite, ma anche di altri (10).

Così, il CEDAW, Comitato della Convenzione sull'Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione contro le Donne del 1979, che afferma i diritti delle donne in materia di pianificazione familiare (11), ha emesso, nel febbraio 1999, una Raccomandazione generale (12), in cui si auspica che le leggi che condannano l'aborto come un crimine, vengano emendate nel senso di togliere le sanzioni a carico delle donne (13); inoltre, si afferma che uno Stato è tenuto a fornire i servizi di salute riproduttiva anche nel caso in cui i sanitari opponessero obiezione di coscienza (14).

Possiamo dire, poi, che tutto il lavoro per lo sviluppo delle NU porta ora il marchio del Cairo e di Pechino, e le linee operative dei piani d'azione di quelle Conferenze vengono proposte nelle consulenze, nei contratti di collaborazione e nelle varie forme di assistenza sia ai Governi che alle istituzioni non statali: non dobbiamo meravigliarci se vengono proposte, ad es., anche ad Università, case di cura o Diocesi cattoliche: in tal caso, occorre valutare bene sia gli impegni che si assumono, sia l'impatto che l'eventuale intesa con tale agenzia internazionale avrebbe nel contesto locale.

Sul piano delle Dichiarazioni generali, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha cercato, almeno fino al 1998, di lasciare spazio alle opinioni contrarie ai concetti di "salute riproduttiva" e "diritti riproduttivi". Ciò ha permesso alla Santa Sede di far valere la propria voce, cosi che, ad es., il documento con cui l'OMS (15) recepì le conclusioni della Conferenza del Cairo ha evitato alcuni dei punti più conflittuali di quel Rapporto; inoltre, il Comitato di etica sulla clonazione umana e sulla ricerca medica ha raggiunto conclusioni relativamente accettabili. Per quanto riguarda le politiche concrete in campo sanitario, è da tener presente che l'Organizzazione Mondiale della Sanità assiste gli Stati nel formulare programmi sanitari nel quadro del consenso mondiale. Molti programmi, poi, sono finanziati da alcuni Stati nonché da fondazioni private. Così, accanto a molti programmi perfettamente condivisibili, vi era e vi è il Programma di ricerca sulla riproduzione umana, che mira a sviluppare la tecnologia della contraccezione e dell'aborto chimico.

È da rilevare però che l'attuale direzione dell'OMS, iniziata nel 1998, ha preso una posizione molto più decisa in favore del controllo delle nascite e della salute riproduttiva. Il livello dichiarativo si è allineato all'orientamento pratico, purtroppo in un senso che la Santa Sede non può condividere. Allo stesso tempo, la necessaria ristrutturazione ha eliminato i settori più in dissenso con la nuova direzione (che erano anche quelli più in sintonia con la sensibilità dell'Evangelium vitae): tra l'altro, è stata congelata, e forse di fatto cancellata, la creazione di un comitato etico. Cospicui sono, inoltre, i fondi destinati alla ricerca nel campo della cosiddetta "reproductive health" (16).

Fra gli altri organismi, possiamo ricordare, come particolarmente significativi, UNICEF e UNHCR. Il primo ha iniziato da tempo programmi contraccettivi e di educazione sessuale; come noto, la Santa Sede ha sospeso il proprio contributo simbolico all'UNICEF, di fronte al rifiuto di quest'ultimo di garantire che esso non sarebbe andato a programmi contrari ai principi cattolici.

L'Alto Commissariato delle N.U. per i Rifugiati provvede alla sopravvivenza di 22,3 milioni di profughi e sfollati ("refugees, displaced persons and returnees") in tutto il mondo. Nel novembre 1996, l'UNHCR annunciava di associarsi all'UNFPA per offrire "emergency reproductive health services" che includono la cosiddetta "contraccezione post-coitale" o di emergenza e l'assistenza per "incomplete abortions" nei campi di rifugiati nella guerra civile in Rwanda. Anche la Federazione Internazionale della Croce Rossa e le "Red Crescent Societies" hanno accettato di seguire questo progetto. L'UNHCR ha pubblicato anche il famoso "Iteragency Field Manual" in cui si sottolinea l'educazione sessuale da dare agli adolescenti come pure i "reproductive services". Un esempio recente di queste politiche nei confronti dei profughi è stato l'invio, annunciato dall'UNFPA durante la recente crisi del Kosovo, di "emergency reproductive health kits" per 350.000 persone.

Per quanto riguarda i rapporti tra le agenzie internazionali, si passa sempre di più da forme di partenariato per una collaborazione su programmi specifici a tipi di alleanze strategiche dove la leadership tecnica di alcune organizzazioni tende a perdere terreno a beneficio delle potenti agenzie politicamente ed economicamente presenti sul territorio. L'ONUSIDA, il programma delle Nazioni Unite di lotta contro l'AIDS, è emblematico su come questo tipo di collaborazione tra le organizzazioni e le agenzie delle Nazioni Unite finisce per svalutare la funzione tecnica di alcune agenzie e favorire "lobbies" di varia natura.

Normative internazionali riguardo ai temi dell'Enciclica

Vogliamo ora passare agli strumenti giuridici normativi che, a livello internazionale, regolano i momenti delicati dell'inizio, della fine e della trasmissione della vita umana. E, mentre prima abbiamo colto delle tendenze, ora conviene esaminare i singoli temi, tenendo presente anche il sorgere di questioni nuove.

Diritto alla vita e aborto (17)

È importante ricordare innanzi tutto che gli strumenti giuridici internazionali proclamano solennemente il diritto fondamentale alla vita (18). È da avvertire però, che, sin dai primi dibattiti nelle sedi internazionali dopo la Seconda Guerra Mondiale, le richieste, anche numerose e forti, di definire questo diritto nel senso di una interdizione dell'aborto si scontrarono con la resistenza di Paesi anche di tradizione protestante (19).

A livello degli strumenti giuridici delle N.U., l'affermazione più forte del diritto alla vita anche del bimbo non nato è contenuta nella Dichiarazione e nella Convenzione sui Diritti del Bambino (20). Il Principio 4 della Dichiarazione, ripreso nel Preambolo della Convenzione, afferma che il bambino ha bisogno di una "appropriata protezione legale, sia prima sia dopo la nascita". Ma anche questa affermazione fu possibile lasciando alle legislazioni nazionali di determinare il momento a partire dal quale c'è l'essere umano.

A livello regionale, possiamo parlare di strumenti giuridici internazionali e di politiche in materia di vita non nata nei Continenti Europeo ed Americano. Per quanto riguarda il Consiglio d'Europa e l'Unione Europea, si dà in pratica purtroppo per scontato che l'accesso all'aborto sia un fatto acquisito, benché la legislazione di alcuni Paesi (Malta e Irlanda) non lo ammettano. Quando si tratta di elaborare strumenti giuridici internazionali che possano toccare questo tema - come la recente Convenzione sui diritti dell'uomo e la biomedicina, del Consiglio d'Europa - si utilizzano terminologie che non interferiscano con le legislazioni nazionali, per poter raggiungere il consenso. È da notare poi che in situazioni particolari, come nel conflitto in Kosovo, sia l'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa (21) sia il Parlamento Europeo (22) hanno adottato risoluzioni che affermavano il diritto ad abortire per le donne che avessero subito violenza.

La Convenzione Americana sui Diritti Umani (23), entrata in vigore nel 1978 e ratificata da 25 Paesi dell'America e dei Caraibi (sui 34 della regione) è l'unica convenzione internazionale di diritti dell'uomo che dà riconoscimento giuridico alla vita sin dal concepimento (24), e questo impegno risulta chiaro agli Stati membri (25). A questa Convenzione, la Santa Sede ha fatto più volte appello nei suoi interventi in sede di Organizzazione degli Stati Americani, o di altre organizzazioni del cosiddetto "sistema interamericano", e tali interventi hanno costantemente trovato buona accoglienza.

Una questione specifica, nel contesto dell'aborto, è costituita dalla problematica della cosiddetta "gravidanza forzata". Si tratta del caso, particolarmente odioso, in cui una donna, violentata per motivi etnici, sia costretta a dare alla luce il bambino contro la propria volontà. Il termine, in sé ambiguo (26), di "forced pregnancy", era comparso nei documenti finali della Conferenza di Vienna, in riferimento diretto a situazioni di conflitto, ed era stato ripreso alle Conferenze del Cairo e di Beijing. Allorché si trattò di istituire il Tribunale Penale Internazionale, alla Conferenza Diplomatica di Roma, nell'estate 1998, alcuni Paesi, di fronte agli stupri etnici continuati in Bosnia-Erzegovina, volevano inserire la "gravidanza forzata" come forma specifica nell'elenco dei crimini contro l'umanità. Poiché il termine rischiava di essere interpretato come giustificazione dell'aborto, sia in situazioni di conflitto armato sia come precedente per altre situazioni, la Santa Sede, non avendo ottenuto la cancellazione o la sostituzione del termine, volle che esso fosse chiaramente definito. Cosi, il crimine è stato ancorato nel diritto internazionale, senza alcun riconoscimento dell'aborto come diritto. Non mancarono resistenze, ma alla fine i delegati definirono la "forced pregnancy" come "The unlawful confinement of a woman forcibly made pregnant, with the intent of affecting the ethnic composition of any population or carrying out other grave violation of international law. This definition shall not in any way be interpreted as affecting national laws relating to pregnancy".

Sperimentazione sugli embrioni (27)

La sperimentazione sugli embrioni umani è un punto su cui il dibattito internazionale ha incontrato difficoltà tali da non avere ancora trovato un consenso. A livello mondiale, la Dichiarazione Universale UNESCO sul Genoma Umano e i Diritti dell'Uomo, pur trattando di sperimentazioni sui geni, nonostante le osservazioni fatte presenti, insieme ad altri, anche dalla Santa Sede, tace in merito. Una difficoltà è costituita dalla tendenza avviata dal "Rapporto Warnock" e seguita tra l'altro dalla legislazione inglese, che accetta la sperimentazione sugli embrioni fino al 14° giorno. Questo significa non riconoscere carattere pienamente umano all'embrione sino al completamento del periodo dell'impianto. Per ottenere il consenso inglese, e d'altra parte sentendo l'esigenza di proteggere l'embrione, i negoziatori del testo della Convenzione sui Diritti dell'Uomo e la Biomedicina, aperta alla firma dal Consiglio d'Europa ad Oviedo nel 1997, hanno rinviato una trattazione dell'argomento ad un futuro Protocollo addizionale, fissando nell'art. 18 della Convenzione due punti che, pur insufficienti, non sono, in linea di principio, senza valore; [1] qualora la legge consenta la ricerca sugli embrioni, essa deve assicurare all'embrione una protezione adeguata, e [2] è proibita la creazione di embrioni ai fini di ricerca. Sarebbe molto auspicabile che il Protocollo addizionale proponga un pieno rispetto dell'embrione umano: anche se non accogliesse molte adesioni, costituirebbe un'affermazione di principi chiara nel diritto internazionale.

Genoma umano e clonazione

Accanto alle sperimentazioni sugli embrioni, pare utile accennare a due temi che negli ultimi anni hanno assunto particolare rilievo, e cioè al trattamento del patrimonio genetico umano ed alla clonazione umana.

Di fronte allo sviluppo ed alle conquiste scientifiche del Progetto Genoma, si era delineata la prospettiva di una possibile appropriazione e di uno sfruttamento economico dei geni umani in quanto tali. L'allora Direttore Generale dell'UNESCO, Federico Mayor Zaragoza, prese l'iniziativa di uno strumento giuridico che stabilisse principi in questo delicato e ancora inesplorato settore. Nel gennaio 1993 prese l'avvio il processo che portò alla elaborazione, effettuata dal Comitato Consultivo Internazionale di Bioetica, della Dichiarazione Universale sul Genoma Umano e i Diritti dell'Uomo. Essa fu adottata dall'UNESCO il 12 novembre 1997 e poi dall'Assemblea Generale delle Nazioni il 9 dicembre 1998 (28). Questo documento è stato seguito con attenzione, lungo tutto il suo iter, dalla Santa Sede (29), che ha sostenuto, oltre a vari altri punti, soprattutto la necessità di porre l'accento sulla protezione di ogni singolo essere umano (piuttosto che su quello dell'insieme dei geni dell'umanità), l'interdizione di ogni clonazione umana, l'inadeguatezza del concetto di "patrimonio dell'umanità" per il patrimonio genetico, la necessità della difesa dell'embrione, il controllo degli interessi politici, economici e militari che possono influire sulla ricerca genetica.

La Dichiarazione adottata, oltre a vari principi sul rispetto dei pazienti, proclama il genoma umano, con una formula poco felice, patrimonio dell'umanità (seppure "in senso simbolico"), proibisce di trarre dai geni umani nel loro stato naturale profitto economico (30) ed afferma che la clonazione di esseri umani - purtroppo soltanto a fini riproduttivi - è contraria alla dignità umana e non dovrebbe essere permessa (31). Questo rifiuto della clonazione, inizialmente non previsto, fu aggiunto verso la conclusione dell'elaborazione del testo, in seguito al noto esperimento della pecora Dolly.

Mentre la Dichiarazione dell'UNESCO è, per sua natura, una proclamazione di principi (è però previsto un meccanismo per seguirne l'applicazione negli Stati), il primo strumento giuridico vincolante su quest'ultimo tema è stato elaborato dal Consiglio d'Europa: il 12 gennaio 1998, 19 Paesi (32) hanno firmato a Parigi un Protocollo alla Convenzione Europea di Biomedicina che interdice la clonazione di esseri umani. Esso, prevedendo anche gravi sanzioni penali, interdice "toute intervention ayant pour but de créer un être humain génétiquement identique à un autre être humain vivant ou mort", con qualsiasi tecnica ed escludendo deroghe neppure per ragioni di sicurezza pubblica, prevenzione di infrazioni penali, di protezione della salute pubblica o di protezione dei diritti e libertà altrui.

Sia nel caso della Dichiarazione UNESCO sia in quello del Protocollo del Consiglio d'Europa, si deve constatare che il consenso raggiungibile (e non senza fatica) a livello internazionale, anche in un momento in cui l'opinione pubblica era in grande maggioranza sensibile e favorevole a norme precise, è stato per escludere la clonazione umana a fini riproduttivi, ma non quella rivolta ad altri scopi, come ad es. di ricerca o terapeutici.

Questioni di brevettabilità della vita umana

Nell'aprile 1994, con l'entrata in vigore dell'Accordo di Marrakesh, è stata istituita l'Organizzazione Mondiale del Commercio. Dal punto di vista della difesa della vita, può essere importante l'accordo sulla protezione della proprietà intellettuale (33). I base ad esso, gli Stati sono tenuti a concedere brevetti ai prodotti farmaceutici ed alle invenzioni biotecnologiche. Tuttavia, uno Stato può escludere dal regime di brevettabilità quelle invenzioni che esso ritiene inammissibile per motivi morali o di ordine pubblico e buon costume (34). Come noto, il brevetto conferisce al titolare il monopolio dello sfruttamento di un'invenzione per 20 anni. Se un prodotto o un'invenzione sono esclusi dal brevetto, possono essere sfruttati, ma in regime di libera concorrenza; cioè, chiunque è libero di "copiare".

Attualmente, le ricerche biotecnologiche richiedono investimenti enormi, per cui il monopolio dello sfruttamento commerciale è condizione sine qua non per il lancio di un prodotto (altrimenti, esso non sarebbe remunerativo). Per questo, se uno Stato escludesse il brevetto per un genere di prodotti, le Società produttrici non lo immetterebbero su quel mercato. Questa norma appare importante, specie di fronte a possibili prodotti e procedimenti ottenuti con l'impiego di feti abortivi, embrioni o mediante clonazione umana.

Tuttavia, non è escluso che i produttori, che premono per espandere il mercato, insistano per ottenere brevetti, e si prospetti un cambiamento delle norme. Per tale eventualità, è importante la Direttiva Europea 98/44/CE, del 6 luglio 1998, sulla protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche (35). Questa direttiva di per sé obbliga soltanto gli Stati membri dell'Unione Europea; tuttavia essa fornisce una serie di definizioni sostanziali sulla brevettabilità, con cui dovranno confrontarsi e armonizzarsi gli Stati membri dell'Organizzazione Mondiale del Commercio OMC/WTO (162 Paesi), e che costituirà un orientamento dottrinale e de iure condendo per gli altri Stati e anche per l'eventuale armonizzazione giuridica all'interno dei diversi blocchi economico-commerciali in costituzione (MERCOSUR, APEC, ecc.) (36). La direttiva europea fissa il principio che è proibito brevettare il corpo umano, le sue parti e le cellule umane germinali; essa vieta inoltre la brevettabilità dell'embrione umano, dei metodi di clonazione umana e quella dei procedimenti di modificazione dell'identità genetica germinale dell'essere umano (37). È proibita, inoltre, la brevettabilità dell'utilizzo di embrioni umani a fini industriali o commerciali. Questo testo dell'Unione Europea è importante in quanto colma un vuoto giuridico; il rispetto di questi principi dipenderà però anche dall'interpretazione giurisprudenziale e dalla volontà politica dei Paesi europei nei futuri negoziati a livello mondiale.

Pena di morte

Come noto, sulla pena capitale le posizioni, tradizionalmente, si dividono: mentre alcuni Stati considerano a ragione come una conquista della civiltà giuridica l'abolizione della pena di morte, altri invece ritengono quest'ultima una misura efficace ed esemplare. Quando l'Enciclica annovera "tra i segni di speranza" la "sempre più diffusa avversione dell'opinione pubblica alla pena di morte" (38), ed afferma che "il problema va inquadrato nell'ottica di una giustizia penale (...) sempre più conforme alla dignità dell'uomo", può richiamarsi a fatti giuridici precisi. In sede di Consiglio d'Europa, il Protocollo N. 6 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo, concernente la pena di morte, del 28 aprile 1984, sancì nel suo articolo 1 che "la pena di morte è abolita. Nessuno può essere condannato a una tale pena né eseguito", ammettendo eccezioni soltanto per il tempo di guerra o di pericolo imminente di conflitto (39). Questa tendenza è andata, nell'ambito europeo, rafforzandosi: l'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, nell'ottobre 1994, ha adottato una Raccomandazione che chiede l'abolizione totale della pena di morte in tutti gli Stati membri, respingendo a larghissima maggioranza un emendamento che intendeva salvaguardare il diritto degli Stati nei casi di alto tradimento e spionaggio. Eguale tendenza si registrava anche presso l'Unione Europea: il Parlamento Europeo, nel marzo 1992, ha adottato una Risoluzione che propone l'abolizione della pena capitale in tutti i Paesi del mondo. I Paesi dell'Unione Europea sono impegnati a negare l'estradizione agli imputati che potrebbero essere condannati a morte. Inoltre, l'impegno per l'abolizione della pena di morte in tutto il mondo pone questo punto come condizione per i negoziati con gli altri Paesi.

La presa di posizione dell'Evangelium vitae (40) ha attirato l'attenzione anche a livello internazionale. Come noto, l'enciclica afferma che "alla misura estrema della soppressione del reo" non si deve giungere "se non in casi di assoluta necessità, quando cioè la difesa della società non fosse possibile altrimenti", rilevando anche che "oggi, però, a seguito dell'organizzazione sempre più adeguata dell'istituzione penale, questi casi sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti" (41).

Nel giugno seguente alla pubblicazione dell'Enciclica, il Parlamento Europeo ha chiesto agli Stati Uniti di rinunciare all'applicazione della pena capitale. Nel maggio 1999, lo stesso Parlamento di Strasburgo ha reiterato la richiesta che la questione della moratoria universale delle esecuzioni fosse inclusa nella successiva Assemblea Generale ONU.

Significativo appare il seguito a livello delle Nazioni Unite. Nel maggio 1996 - a poco più di un anno dalla pubblicazione dell'Enciclica - la 5ª sessione della Commissione delle N.U. per la Prevenzione del Crimine e la Giustizia Penale (42) prese in esame il tema, ed il Rapporto del Segretario Generale dedicò un intero numero (43) alla posizione espressa da Giovanni Paolo II nell'Evangelium vitae.

Nel Gruppo di lavoro sull'argomento, il III, l'Austria, con Germania e Italia, presentò un progetto di risoluzione (44), che però si scontrò con l'opposizione dei Paesi islamici, per i quali era questione di diritto divino, ed altri Paesi, come Tunisia e Giappone. Come compromesso finale, la risoluzione adottata affermò "takes note with appreciation of the continuing process towards worldwide abolition of the death penalty". D'altro canto, però, la proposta di una moratoria delle esecuzioni capitali, presentata all'Assemblea Generale nel novembre 1999, fu rinviata di fronte alla forte opposizione da parte di molti Paesi.

È importante rilevare che i Tribunali internazionali per il Rwanda e per l'ex-Jugoslavia non hanno previsto la pena capitale. Questo è particolarmente significativo nel caso del Rwanda: un imputato processato nel Paese africano è passibile di morte, mentre non lo è qualora venga condannato dal Tribunale internazionale. La Conferenza diplomatica di Roma, che ha istituito il Tribunale Penale Internazionale, non ha previsto, fra le pene, quella capitale.

Eutanasia

Il dibattito intorno alla "morte dolce", affrontato talora con definizioni non adeguate alla realtà scientifica né ai termini della questione etica, era iniziato prima della pubblicazione dell'Evangelium vitae. Si può rilevare che a livello internazionale - sul tema, il dibattito si è sinora limitato alle istituzioni europee - quando si è trattato di votare per strumenti giuridici, ha sinora prevalso la difesa della vita.

In sede di Parlamento Europeo, ancora nel 1991, una risoluzione sull'assistenza ai morenti, che di fatto ammetteva l'eutanasia ed era stata approvata dalla Commissione per l'ambiente, la sanità e la protezione dei consumatori, non fu presentata in plenaria, anche per l'interessamento degli episcopati europei e dei parlamentari sensibili alla posizione cattolica. Lo stesso Parlamento, nel 1996 (45), ha adottato una Risoluzione sugli attacchi contro il diritto alla vita dei portatori di handicap: in essa, si rifiuta energicamente la tesi secondo cui i minorati, i pazienti in stato di "coma vigile" ed i neonati non abbiano un diritto illimitato alla vita, afferma che il diritto alla vita è accordato ad ogni uomo indipendentemente dalla salute, dal sesso, dalla razza e dall'età, e si pronuncia contro l'eutanasia attiva dei pazienti in coma vigile e dei neonati con handicap (46).

L'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa, nel giugno 1999, ha approvato una Raccomandazione a favore del mantenimento del divieto assoluto di porre intenzionalmente fine alla vita dei malati terminali e dei moribondi. Tutti gli Stati membri sono invitati ad adottare le misure legislative necessarie per la protezione giuridica e sociale dei malati terminali; a tutti devono essere assicurate le cure palliative anche a domicilio, e la disponibilità di antidolorifici, anche nel caso in cui essi possano avere, come effetto secondario, un peggioramento delle condizioni del malato. Questa presa di posizione ha quindi respinto la tesi del "diritto alla morte" sostenuta da molte organizzazioni, e potrebbe riaprire il dibattito in Olanda e Svizzera, dove l'eutanasia è praticata nel quadro di una stretta regolamentazione, e influire in quelli, come Belgio e Lussemburgo, dove sono stati ultimamente presentati progetti di legge sul tema.

Conclusione

In questo momento, le politiche e le norme internazionali sulla vita umana presentano un quadro frastagliato, una scacchiera complessa, con elementi fissati in tempi di sensibilità diverse, e ancora in movimento. Se, tuttavia, vogliamo coglierne la "logica", per cosi dire, possiamo rilevare che: a) si ha una buona tutela della vita dell'uomo nato, anche nei confronti degli interessi della ricerca scientifica e, almeno sinora, anche della volontà soggettiva: l'idea dell'eutanasia non è accettata. In questo senso, si può notare una non-accettazione, almeno a livello globale, della pena di morte; b) qualora vi sia un interesse di un individuo nato contro la vita di un essere umano non nato (feto o embrione), quest'ultima viene sacrificata (cfr per l'aborto, la procreazione assistita, l'utilizzo degli embrioni soprannumerari ed anche la clonazione a fini terapeutici); c) l'interesse della ricerca scientifica tende a prevalere sul rispetto della vita non nata; d) si hanno isolati limiti fermi: il rifiuto della clonazione a fini riproduttivi, e, in Europa, il rifiuto della creazione di embrioni a scopi di ricerca.

I questo insieme, che si afferma in un quadro di positivismo giuridico, è facile notare incoerenze e contraddizioni vistose. I vista dell'azione a favore della vita, mi pare utile tener presente che, in realtà, queste politiche internazionali sono la conseguenza ed il riflesso di correnti di pensiero - che potremmo chiamare edonistiche e neo-malthusiane - forti nei Paesi sviluppati, associate ad interessi economici e politici veri o presunti. Il consenso politico raggiunto ad una Conferenza mondiale oppure l'applicazione di una Convenzione possono avere un notevole influsso a livello nazionale; ma a loro volta sono condizionati dall'opinione pubblica, che può essere influenzata da quanto si opera dal basso. D'altra parte, gli strumenti giuridici internazionali, pur con i loro limiti, contengono principi, ai quali possono fare appello i cittadini per richiedere agli Stati una maggiore protezione della vita umana. Inoltre, lo spazio per un'azione "dal basso", ispirata dalla carità, appare ampio. Si può fare molto per la vita e per creare un'opinione pubblica più aperta alla speranza, prima che il problema arrivi a livello di dibattito mondiale. E si può agire a molti livelli, da quello nazionale fino a quello locale: dall'attenzione alla concessione di brevetti, a misure pratiche di solidarietà alle madri che hanno difficoltà ad accogliere una vita che nasce, all'insistenza per il diritto all'obiezione di coscienza senza discriminazione per gli operatori sanitari, all'impegno per una ricerca scientifica che rispetti la vita.

Note

1) Di seguito citata come EV.

2) EV 11.

3) Copenhagen Declaration on Social Development (12.03.1995) n. 26 a.

4) "Women's reproductive health".

5) "In no case should abortion be promoted as a means of family planning" (ICDP Platform 8.25).

6) Essa avrebbe praticamente vanificato la proibizione dell'aborto come metodo di pianificazione familiare, sanzionata al Cairo.

7) Cfr la Dichiarazione interpretativa di S. E. Mons. Renato R. Martino alla Sessione speciale dell'Assemblea Generale ONU (30 giugno - 2 luglio 1999), in L'Osservatore Romano del 5-6 luglio 1999, p. 2.

8) La pillola, commercializzata in Francia, Gran Bretagna e Svezia, è stata autorizzata il 6 luglio 1999 in Germania ed ha avuto il giorno seguente il "via libera" delle autorità mediche belghe; la ditta produttrice prevede una prossima approvazione in Austria, Danimarca, Spagna, Finlandia e Paesi Bassi.

9) "In circumstances where abortion is not against the law, such abortion should be safe"; "Dans les cas où il n'est pas interdit par la loi, l'avortement devrait être pratiqué dans de bonnes conditions de sécurité".

10) Gli organismi internazionali più influenzati sono, nel sistema dell'ONU, UNICEF, UNFPA, OMS, UNDP e le Commissioni Economiche dell'ONU CE, CEA, CEPAL, ESCAP. In particolare, l'UNFPA con l'IPPF (International Planned Parenthood Federation) ha programmi in 157 Paesi, spingendo a cambiare leggi e ad attuare programmi di pianificazione delle nascite, con la disponibilità di 335 milioni di US$. Tra quelli non appartenenti al sistema ONU, si segnalano la Banca Mondiale, le Banche regionali per lo sviluppo e l'OCDE.

11) Convenzione citata, art. 12 e 14.

12) Relativa all'art. 12 della Convenzione.

13) "When possible, legislation criminalizing abortion could be amended to remove punitive provisions imposed on women who undergo abortion": Implementation of art. 21 of the Convention... General recommendation on article 12: Women and health (1 February 1999) n. 31c, p. 14.

14) "It is discriminatory for a State party to refuse to legally provide for the performance of certain reproductive health services for women. For instance, if health service providers refuse to perform such services based on conscientious objection, measures should be introduced to ensure that women are referred to alternative health providers" (ibidem, n. 11 p. 5).

15) Cfr Risoluzione dell'Assemblea OMS WHA 48.10, del 12 maggio 1995.

16) Nel Progetto di Budget - Programma 2000-2001, il "programma sistemi sanitari e salute comunitaria" conosce un aumento del 20,37% del suo budget. Esso potrà contare su 145.022.000 US$, l'ammontare più consistente dopo quello destinato alle malattie trasmissibili. Di questa somma, 21.622.000 $ provengono dal budget ordinario, mentre 123.400.000 $ da altri fondi. Si nota che 64.561.000 $ (circa il 50%) saranno destinati alla salute e ricerca riproduttiva. Gli altri capitoli del programma che beneficeranno del finanziamento sono i sistemi sanitari, la salute e lo sviluppo del bambino e dell'adolescente, la salute della donna. L'indicazione è chiara: incrementare e diffondere idee, iniziative, programmi sulla salute riproduttiva nell'ottica laicista con tutte le conseguenze morali relative alla sessualità e alla famiglia.

17) Cfr EV 13.17.58-60.

18) Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, art. 3 "Everyone has the right to life, liberty and security of person"; Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, art. 6.1 "Every human being has the inherent right to life. This right shall be protected by law. No one shall be arbitrarily deprived of his life".

19) In particolare, Gran Bretagna e Danimarca.

20) "Whereas the child, by reason of his physical and mental immaturity, needs special safeguards and care, including appropriate legal protection, before as well as after birth" (Preamble of the Declaration of the Rights of the Child, proclaimed by General Assembly resolution 1386 - XIV - of 20 November 1959); "...He shall be entitled to grow and develop in health; to this end, special care and protection shall be provided both to him and his mother, including adequate pre-natal and post-natal care" (ibid., Principle 4). Venti anni dopo, nella Convenzione, si richiamò nel Preambolo il Principio 4 della Dichiarazione e si riconobbe all'art. 6 che "every child has the inherent right to life"; ma si formulò nell'art. 1 la definizione "a child means every human being below the age of eighteen year..." ponendo il termine "ad quem", ma non indicando con precisione l'inizio e lasciando l'interpretazione del termine "human being" alle legislazioni nazionali, proprio al fine di rendere "accettabile" il testo anche per quei Paesi che non volevano una proibizione internazionale dell'aborto.

21) Seconda parte, aprile 1999.

22) Sessione di marzo 1999.

23) Pacto de San José de Costa Rica, del 22 novembre 1969, entrato in vigore il 18 luglio 1978.

24) Art. 4 1 "Toda persona tiene derecho a que se respete su vida. Este derecho estará protegido por la ley y, en general, a partir del momento de la concepción. Nadie puede ser privado de la vida arbitrariamente".

25) Questa è una delle ragioni per cui gli USA non hanno ratificato. L'Argentina, nella riforma costituzionale del 22 agosto 1994, all'articolo 22, ha dato gerarchia costituzionale alle dichiarazioni di Diritti della Convenzione Americana, insieme a quelle dei due Patti sui diritti umani delle Nazioni Unite. Nel 1998, anche il Salvador ha incorporato nella costituzione le disposizioni della Convenzione Americana.

26) In quanto è difficile vedere come delitto la nascita di un essere umano innocente; si è piuttosto in presenza di una somma di crimini già gravemente sanzionati: la violenza sessuale, il sequestro di persona, etc.

27) Cfr EV 63.

28) 85ª sessione plenaria, Risoluzione 53/152 del 9 dicembre 1998.

29) Oltre che dalla Conferenza Episcopale Francese, che pubblicò una interessante e tempestiva presa di posizione.

30) Cfr Art. 4: "Le génome humain en son état naturel ne peut donner lieu à des gains pécuniaires".

31) Cfr Art. 11: "Des pratiques qui sont contraires à la dignité humaine, telles que le clonage à des fins de reproduction d'êtres humains, ne doivent pas être permises".

32) Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Islanda, Italia, Lettonia, Lussemburgo, Moldavia, Norvegia, Portogallo, Romania, San Marino, Slovenia, Spagna, Svezia, Macedonia e Turchia. L'entrata in vigore è prevista quando almeno 5 Paesi firmatari abbiano ratificato. Il Protocollo è aperto alla firma dei 41 Stati membri del CdE e di altri che hanno partecipato alla sua elaborazione, come Australia, Canada, Giappone, Santa Sede e Stati Uniti.

33) Si tratta del cosiddetto accordo ADPIC/TRIPs' (Aspects des droits de propriété intellectuelle qui touchent au commerce / Trade related aspects of intellectual property rights), che stabilisce un regime comune di protezione della proprietà intellettuale.

34) Accord de Marrakech instituant l'Organisation Mondiale du Commerce (Marrakech, 15 aprile 1994) - Annexe 1c: Accord sur les aspects des droits de propriété intellectuelle qui touchent au Commerce (ADPIC), art. 27 e 73.

35) Direttiva 98/44/CE del Parlamento europeo e del Consiglio del 6 luglio 1998 sulla Protezione giuridica delle invenzioni biotecnologiche, in Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea, serie L n. 213, 30 luglio 1998, p. 13. Gli Stati membri dell'UE devono adeguare le rispettive normative nazionali alla Direttiva entro il 30 luglio 2000.

36) Sarebbe un esempio di come il livello regionale può influenzare positivamente sul livello universale.

37) Direttiva 98/44/CE, Articolo 6, 2.

38) EV 27.

39) Protocollo N. 6 cit., art. 2; gli Stati devono dare comunicazione al Segretario Generale del Consiglio d'Europa circa la propria legislazione. Ai Paesi che hanno aderito in seguito al Consiglio, viene chiesto di conformare le proprie norme in senso abolizionista. [nel 1995, l'Ucraina ha affermato che avrebbe rispettato una moratoria delle esecuzioni fino all'abolizione della pena capitale entro tre anni.]

40) Cfr EV 27.55-56.

41) EV 56.

42) Vienna, 21-31 maggio 1996.

43) Doc. E/CN.15/1996/19, N. 42 p. 11.

44) Doc. E/CN. 15/1996/L.17.

45) Sessione del 20-24 maggio 1996.

46) È da notare, tuttavia, che non si tratta del diritto alla vita dei bambini non nati.

 

The Defence of Life in the Context of International Policies and Norms

Intervention of H. E. Mons. Jean-Louis Tauran

A review of the progress of the debate in international circles over the last five years makes clear how timely was the Encyclical Evangelium vitae. (1) The Encyclical authoritatively presented the Church's position on an array of threats to human life, especially at its beginning and at its end, which are now taking on a new form inasmuch as they seek to be recognized as rights. (2) In effect, in the years following the publication of the Encyclical, the fundamental moments of human life, as well as the transmission of life, have been present in an unprecedented way, not only in scientific research but also in the formulation of policies and the creation of international juridical instruments.

In order to have an adequate picture, a fundamental distinction must first be made. On the one hand, there are trends emerging from the global Conferences organized by the UN which are more "political" in nature but which nonetheless affect the activity of the international bodies of the UN system. On the other hand, there is the level of norms stated by Conventions which are binding on States; these are often limited to individual questions.

The defence of life at the international Conferences (Cairo and Beijing)

After the collapse of ideological opposition between the blocs, it seemed possible, at the beginning of the nineties, to develop a world consensus on the principal problems of humanity. A series of global Conferences organized by the UN were held; these - it is right to note - helped to focus attention on the needs and the prospects of humanity and to establish a more balanced definition of development - which is not only economic but sustainable, human and social ("Place people at the centre of development and direct our economies to meet human needs more effectively (3)). As far as the defence of human life is concerned, the cultural climate at the time was affected by two factors: first, by apocalyptic forecasts of a population boom exceeding the resources of the planet and, second, by a radical feminist ideology calling for women to have complete control over their own bodies, including any unborn children.

In this context, the International Conference on Population and Development (Cairo, 5-13 September 1994) did emphasized population control rather than development and was under powerful pressure to concentrate on "women's reproductive health". Consequently, abortion was considered an aspect of demographic policy and a health service ("reproductive health service"). On the other hand, despite strong pressure, and thanks also to the firm commitment of the Holy See Delegation, there was a reaffirmation of the principle agreed upon in Mexico City in 1984, namely that abortion is never to be considered a means of family planning, (4) and there was no endorsement of a so-called "right to abortion". These points were also upheld a year later, at the Fourth World Conference on Women (Beijing, 4-15 September 1995), where the pressures earlier in Cairo reappeared even more forcefully, leading to the insertion throughout the final documents of language about which the Holy See had expressed serious reserves in 1994. A balanced evaluation of these great international meetings must nevertheless recognize that other conclusions - like those of the 1995 World Summit on Social Development in Copenhagen or the 1996 World Food Summit in Rome - proved decidedly closer to the positions of the Holy See, especially with regard to social issues. The tendencies present in Cairo and Beijing re-emerged when the UN sought to evaluate, five years after the Conference, the implementation of the Action Programme adopted at Cairo. There a move was made to introduce the novel and equivocal expression "emergency contraception" as a pretext for medically induced (by pills) early abortion. The Holy See, with the support of Argentina, Nicaragua and some other countries managed not to have this expression approved. (5) The Holy See also denounced the tendency to accept sexual relations outside of marriage, even for adolescents, and to consider abortion as an aspect of demographic policies and as a method of choice. (6)

In view of the efforts being made in society to defend human life, we may ask: what weight do the conclusions of these world meetings have? We may point out that these are not texts which are binding on States; rather, they establish, by consent, general principles which merely serve as guidelines ("soft law"). These principles are meant to create or confirm tendencies which will then influence the policy decisions of the individual countries. Furthermore, these principles can become conditions for multilateral or bilateral assistance to poor countries.

It must be made clear however that we are dealing with tendencies which are not resolved on the basis of a single term or an individual paragraph: although the expression emergency contraception was not finally approved at "Cairo + 5", at the very same time the abortifacient pill RU486 was being liberalized, under the name Mifegyne, in some European states. (7) And this grave fact can be seen as related to the other statement of the Action Programme of the Cairo Conference, namely, that "in circumstances where abortion is not prohibited by law, it should be carried out safely" (No. 8.25). (8) As you know, the "morning after pill" has been distributed for several weeks in the schools in France and, experimentally, in the London pharmacies.

It should be noted that the reasons adduced in support of these tendencies have gradually changed. In the beginning - e.g., before and during the Cairo Conference - an appeal was made to the spectre of uncontrolled population increase, but this fear has been proved unfounded: as demographic projections are being revised downwards, the international documents are now linking the issues of population growth and the "population aging". Lately a so-called "human rights approach" has become more common: all these issues are seen in terms of human rights. Often an appeal is made to the freedom of individuals over their own body, that of adolescents in particular.

Lines of Action of the Convention Committees and the Agencies of the United Nations System

The conclusions of the global Conferences also have a second effect. They constitute guidelines for the Convention Committees and directives for the political activities of international agencies and bodies, those of the United Nations system in particular, but others as well. (9)

Thus CEDAW, the Committee for the 1979 Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women, which affirms women's rights in matters of family planning (10), issued in February 1999 a General Recommendation (11) calling for laws condemning abortion as a crime to be amended by removing penalties against women; (12) the Recommendation also states that a State is bound to furnish reproductive health services even in cases where health officials are conscientiously opposed to this. (13)

We can thus say that all the development efforts of the United Nations now bear the stamp of Cairo and Beijing, and that the operative principles of the action plans of those Conferences are being proposed in counseling, in contracts of cooperation and in various forms of assistance offered both to Governments and to non-state institutions. We should not be surprised if they are proposed, for example, to Catholic Universities, health centres or Dioceses: in such cases, a careful evaluation is needed of the responsibilities assumed and the impact of any such agreement with an international agency within the local context.

At the level of general declarations, the World Health Organization sought, at least until 1998, to accommodate opinions opposed to the concepts of "reproductive health" and "reproductive rights". This enabled the Holy See to make its voice heard, with the result that, for example, the document with which the WHO (14) accepted the conclusions of the Cairo Conference avoided some of the more controversial points of that Report. Furthermore, the Ethics Committee on human cloning and medical research reached relatively acceptable conclusions. Regarding concrete policies in the field of health care, it should be noted that the World Health Organization assists States in developing health programmes within the context of a worldwide consensus. Many programmes are also financed by certain States and by private foundations. Hence, alongside many perfectly acceptable programmes, there has also been the Human Reproduction Programme, aimed at developing the technology of contraception and medically induced abortion.

It must however be pointed out that the present leadership of the World Health Organization, which took over in 1998, has adopted a much more decisive stance in favour of birth control and reproductive health. Official declarations now reflect practical tendencies, unfortunately in a sense unacceptable to the Holy See. At the same time, a needed restructuring has led to the elimination of sectors most at odds with the views of the new leadership (and most sympathetic to those of Evangelium Vitae). Among other things, plans to establish an ethics committee have been postponed and perhaps even eliminated. Significant resources have also been set aside for research in the field of so-called "reproductive health". (15)

Among other organizations, we may also mention UNICEF and UNHCR as particularly significant. The former has for some time launched contraceptive and sex education programmes; as is known, the Holy See has suspended its symbolic contribution to UNICEF in the light of the latter's refusal to guarantee that this contribution would not be used for programmes contrary to Catholic principles.

The United Nations High Commissioner for Refugees provides for the support of 22.3 million refugees, displaced persons and returnees throughout the world. In November 1996, the UNHCR announced that it was joining UNFPA in making available "emergency reproductive health services" which include "post-coital" or "emergency" contraception and assistance for "incomplete abortions" in refugee camps during the civil war in Rwanda. The International Federation of the Red Cross and the Red Crescent Societies also agreed to follow this project. The UNHCR also published the notorious "Interagency Field Manual", which emphasizes the sex education and "reproductive services" to be provided to adolescents. A recent illustration of these policies with regard to refugees was the sending of "emergency reproductive health kits" for 350,000 people announced by UNFPA during the recent Kosovo crisis.

As for relations between the international agencies themselves, there is a growing movement away from forms of partnership for cooperation on specific programmes to types of strategic alliances where the technical leadership of some organizations tends to lose ground to powerful agencies which are politically and economically present in the territory. UNAIDS, the United Nations programme to combat AIDS, is a case study of how this kind of cooperation between the organizations and agencies of the United Nations ends up depreciating the technical function of some agencies and favouring various kinds of lobbies.

International directives regarding the themes of the Encyclical

We now pass to the normative juridical texts on the international level which regulate the sensitive areas of the beginning, end and transmission of life. While to this point we have been considering trends, it is now time to examine specific areas, without neglecting new issues as they arise.

The right to life and abortion (16)

It is important to begin by noting that international juridical instruments solemnly proclaim a fundamental right to life. (17) It must be pointed out however that, beginning with the first discussions on the international level after the Second World War, the numerous and pressing requests to define this right in terms of a ban on abortion met resistance also from traditionally Protestant countries. (18)

On the level of the juridical instruments of the United Nations, the strongest affirmation of the right to life even of unborn children is contained in the Declaration and the Convention on the Rights of the Child. (19) Principle 4 of the Declaration, repeated in the Preamble of the Convention, states that every child needs "appropriate legal protection, before as well as after birth". But this statement could only be made because it was left to national legislation the determination of when a human being begins to exist.

On the regional level, we can mention international juridical instruments and policies concerning the unborn in Europe and America. With regard to the Council of Europe and the European Union, it is sadly taken for granted that access to abortion is an acquired right, although legislation in certain countries (Malta and Ireland) does not permit it. When international juridical instruments which might touch on this theme are drawn up - like the Council of Europe's recent Convention on Human Rights and Biomedicine - terminology is used which will not interfere with the legislation of individual nations, in order to enable a consensus. It should be noted that in particular situations, as in the Kosovo conflict, both the Parliamentary Assembly of the Council of Europe (20) and the European Parliament (21) adopted resolutions affirming the right to abortion on the part of women who were raped.

The American Convention on Human Rights, (22) which went into effect in 1978 and was ratified by 25 countries of North and South America and the Caribbean (out of a total of 34 countries in the region), is the only international convention on human rights which grants juridical recognition to life from the moment of conception, (23) and this commitment is clear to the member States. (24) The Holy See has made frequent reference to this Convention in its interventions before the Organization of American States and other organizations of the so-called "inter-American system". These interventions have consistently been well-received.

A specific question within the context of abortion is raised by the problem of so-called "forced pregnancy". This involves the particularly painful case in which a woman who was raped for ethnic reasons is forced to bear the child against her will. The term "forced pregnancy", which is per se ambiguous, (25) appeared in the final documents of the Vienna Conference with direct reference to situations of conflict; it was then taken up again at the Cairo and Beijing Conferences. During the attempts to establish the International Criminal Court at the Rome Diplomatic Conference in the summer of 1998, some countries - considering the continuance of ethnic rape in Bosnia-Hercegovina - wanted to include an explicit reference to "forced pregnancy" in the list of crimes against humanity. Since the term could be interpreted as a justification of abortion, either in situations of armed conflict or as a precedent for other situations, the Holy See, after unsuccessfully attempting to have the term deleted or replaced, asked that it be clearly defined. The crime was thus given a foothold in international law, but with no reference to a right to abortion. Despite some resistance, in the end the delegates defined "forced pregnancy" as "the unlawful confinement of a woman forcibly made pregnant, with the intent of affecting the ethnic composition of any population or carrying out other grave violations of international law. This definition shall in no way be interpreted as affecting national laws relating to pregnancy".

Experimentation on Embryos (26)

Experimentation on human embryos is an issue which has encountered such difficulties in international debate that no consensus has yet been reached. On the world level, the UNESCO Universal Declaration on the Human Genome and Human Rights, while dealing with matters of genetic experimentation, is silent on the issue of experimentation on the human genome, despite the observations put forth by the Holy See together with other delegations. One difficulty arises from the tendency begun by the "Warnock Report" and followed, among others, by British legislation, which accepts experimentation on embryos up to the fourteenth day. This means that the embryo is not recognized as being fully human until the period of implantation is completed. To obtain the agreement of the British, while on the other hand sensing a need to protect the embryo, the negotiators of the text of the Convention on Human Rights and Biomedicine, which the Council of Europe presented for signing at Oviedo in 1997, deferred treatment of the issue to a future additional Protocol, specifying in Article 18 of the Convention two points which, while insufficient, have a certain value in principle: (1) whenever the law permits research on embryos, such research must ensure that the embryo is adequately protected; and (2) the creation of embryos for research purposes is prohibited. It would be desirable for the additional Protocol to call for full respect for the human embryo: even if such a position would not receive widespread support, it would represent a clear statement of principle in international law.

The Human Genome and Cloning

In connection with experimentation on embryos, it seems appropriate to mention two issues which taken on greater importance in recent years: the use of the human genetic patrimony and human cloning.

With the growth and scientific progress made in the Genome Project, prospects opened up for the possible appropriation and economic exploitation of human genes as such. The then Director-General of UNESCO, Federico Mayor Zaragoza, proposed a juridical instrument which would establish principles in this sensitive and as yet unexplored area. In January 1993 a process began which led to the drafting, by the International Consultative Committee for Bioethics, of the Universal Declaration on the Human Genome and Human Rights. This was adopted by UNESCO on 12 November 1997 and then by the General Assembly of the United Nations on 9 December 1998. (27) The entire process of the drafting of this document was carefully followed by the Holy See (28) which, in addition to various other points, insisted above all on the need for emphasis on the protection of each individual human being (rather than the entire complex of humanity's genes), the prohibition of all cloning of human beings, the inadequacy of the concept of "heritage of humanity" with regard to genetic patrimony, the need to defend the embryo, and control over the political, economic and military interests which could influence genetic research.

The Declaration as adopted, in addition to various principles about the respect due to patients, proclaims in an infelicitous formula that the human genome "is the heritage of humanity" (even if "in a symbolic sense"), prohibits using the human genome in its natural state for financial gains (29) and states that the cloning of human beings - unfortunately for reproductive purposes only - is contrary to human dignity and should not be permitted. (30) This rejection of cloning, not originally planned, was added towards the end of the drafting of the text, following the well-known experiment of Dolly the sheep.

Whereas the UNESCO Declaration is, by nature, a statement of principles (provisions have been made, however, for a process to oversee its implementation in each country), the first binding juridical instrument dealing with this latter issue was drafted by the Council of Europe. On 12 January 1998, 19 countries (31) signed in Paris an Additional Protocol to the European Convention of Biomedicine on the Prohibition of Cloning Human Beings. This protocol, which also calls for serious criminal penalties, forbids "any procedure aimed at creating a human being genetically identical to another human being, living or dead", regardless of the technique used, with no exceptions even for reasons of public security, the prevention of criminal offences, the protection of public health or the protection of the rights and liberties of third persons.

Both in the case of the UNESCO Declaration and in that of the Council of Europe Protocol, it must be pointed out that, although the discussion took place at a time when the public opinion was very much aware of the issue and in favour of the establishment of precise norms, the only consensus that could be reached on the international level (after considerable effort) was a ban on human cloning for reproductive purposes, but not for other purposes, such as research or therapy.

Questions about the patenting of human life

In April 1994, with the implementation of the Marrakesh Accord, the World Trade Organization was established. From the point of view of the defence of human life, its agreement on the protection of intellectual property could prove important. (32) In compliance with the agreement States must grant patents to pharmaceutical products and biotechnological inventions. A State can nevertheless exclude from its patenting provisions those inventions which it considers inadmissable on moral grounds or for reasons of public order. (33) As is known, a patent grants its holder a monopoly on the commercial benefits of an invention for a period of twenty years. If a given product or invention is not granted a patent, one may profit from it but only in the context of free competition, in which anyone is free to "copy" it. At the present time, biotechnological research calls for an enormous financial outlay, which means that a monopoly on commercial gain is a condition sine qua non for the release of a product (since otherwise it would prove unprofitable). Therefore, should a State deny a patent for some line of products, the companies producing those products would not market them. This norm seems important, especially given the products and procedures related to the use of aborted fetuses and embryos, or from human cloning.

Nevertheless, producers who are pressing to expand their market will probably insist on obtaining patents, and so a change of the norms is likely. Should this occur, the European Directive 98/44/CE of 6 July 1998 on the legal protection of biotechnological inventions is important. (34) Strictly speaking, this Directive binds only the Member Sates of the European Union; nevertheless it provides a series of substantial definitions in the area of patenting, with which the Member States of the World Trade Organization OMC/WTO (162 countries) will have to bring their present practice into compliance. The Directive will thus represent a theoretical and legislative guide for other States and also for future legal coordination within the various economic and commercial blocs now being organized (MERCOSUR, APEC etc.). (35) The European Directive lays down the principle that it is forbidden to patent the human body and its parts, and embryonic human cells; it also forbids the patenting of the human embryo, of methods of human cloning and of procedures for modifying the foundational genetic identity of human beings. (36) The patenting of the use of human embryos for industrial and commercial purposes is also banned. This text of the European Union is important because it fills a legislative gap; even so, respect for these principles will also depend upon their legal interpretation and the political will of the European nations in future negotiations on the worldwide level.

The Death Penalty

As is known, positions concerning the death penalty have traditionally been divided: while some States rightly consider the abolition of the death penalty to be established principle of modern legal thought, others consider it an effective deterrent measure. When the Encyclical mentions "among the signs of hope" the "growing public opposition to the death penalty", (37) and affirms that "the problem must be viewed in the context of a system of penal justice ever more in line with human dignity", it can appeal to specific juridic facts. In the Council of Europe, Protocol No. 6 to the European Convention on Human Rights, Concerning the Death Penalty, of 28 April 1984, declared in its first article that "The death penalty is abolished. No one can be condemned to this penalty nor executed", while exceptions are admitted only in time of war or in imminent danger of conflict. (38) Within Europe, this tendency has gained momentum: in October 1994 the Parliamentary Assembly of the Council of Europe adopted a Recommendation calling for the complete abolition of the death penalty in all Member States, rejecting by a large majority an amendment intended to preserve the right of States in cases of high treason and espionage. A similar tendency also emerged within the European Union: in March 1992, the European Parliament adopted a resolution calling for the abolition of the death penalty in every country of the world. The countries of the European Union are committed to deny the extradition of accused persons subject to the death penalty. Furthermore, the commitment to the abolition of the death penalty throughout the world has set this as a condition for negotiations with other countries.

The position adopted by Evangelium Vitae (39) has also drawn attention on the international level. As is known, the Encyclical states that it should never come to "the extreme of executing the offender except in cases of absolute necessity, when it would not be possible otherwise to defend society". It likewise points out that "today however, as a result of steady improvements in the organization of the penal system, such cases are very rare, if not practically non-existent". (40)

In June following the Encyclical's publication, the European Parliament asked the United States to abandon the application of the death penalty. In May 1999, the Strasbourg Parliament again requested that the issue of a universal moratorium on executions be included in the next General Assembly of the United Nations.

The reaction at the level of the United Nations appears significant. In May 1996 - little more than a year after the Encyclical's publication - the Fifth Session of the UN Commission for Crime Prevention and Criminal Justice (41) discussed the issue, and the Report of the Secretary General devoted an entire section (42) to the position taken by Pope John Paul II in Evangelium Vitae. In the Working Group on the issue (the Third), Austria, together with Germany and Italy, presented a draft resolution (43) which met with opposition from Islamic countries, which considered it a matter of divine law, and from other countries such as Tunisia and Japan. As a final compromise, the resolution, as adopted, "takes note with appreciation of the continuing process towards worldwide abolition of the death penalty". On the other hand, the proposal of a moratorium on capital punishment, presented to the General Assembly in November 1999, was postponed in the face of strong opposition from many countries.

It is important to point out that the International Courts for Rwanda and the former Yugoslavia have not made provisions for the death penalty. This is especially significant in the case of Rwanda: in that African country the accused are subject to the death penalty, but not if they are found guilty by the International Tribunal. The Diplomatic Conference of Rome, which established the International Criminal Court, did not provide for capital punishment in its list of penalties.

Euthanasia

The debate concerning "easy death", carried on at times with definitions poorly adapted to the scientific facts and the ethical issues involved, had begun before the publication of Evangelium Vitae. It can be pointed out that on the international level - hitherto the debate has been limited to European institutions - whenever it has been a question of voting for juridical instruments, the defence of life has thus far prevailed.

In the European Parliament, as early as 1991 a Resolution on assistance to the dying which actually permitted euthanasia and had received the approval of the Commission for Environment, Health and Consumer Protection, was not presented to the plenary assembly, due in part to the intervention of the European Bishops and Parliament members sensitive to the Catholic position. In 1996, (44) the Parliament adopted a Resolution concerning attacks on the right to life of the handicapped. The Resolution forcefully rejects the claim that minors, patients in a state of unarousable awareness ("coma vigile") and the newborn do not have an unrestricted right to life; it affirms that the right to life is granted to every human being regardless of health, gender, race and age; and it rejects active euthanasia with regard to patients in a state of unarousable awareness ("coma vigile") and newborn children with handicaps. (45)

In June 1999, the Parliamentary Assembly of the Council of Europe approved a Recommendation favouring the continuation of an unconditional ban on the deliberate ending of the life of the terminally ill or the dying. All the Member States are asked to adopt whatever legislative measures are necessary to ensure the legal and social protection of the terminally ill; everyone must be guaranteed palliative care even at home and the availability of analgesics, even when these, as a secondary effect, might aggravate the patient's condition. The adoption of this stance therefore rejected the argument of a "right to die" put forward by many organizations; it may reopen debate in the Netherlands and Switzerland, where euthanasia is practised under strict controls, and it may influence other countries like Belgium and Luxemburg, where legislative proposals in this regard have recently been presented.

Conclusion

At the present time, international policies and norms on human life present a checkered and uneven picture, combining decisions made at different times and reflecting different concerns, and one still in a state of flux. Yet if we wish to grasp their "logic", so to speak, we may observe that:

a) the life of persons already born is well protected, even vis-à-vis the interests of scientific research and, at least hitherto, of the individual's own will: the idea of euthanasia is not accepted. In this regard, one can point to a non-acceptance, at least on the worldwide level, of the death penalty;

b) whenever there is a conflict between the interest of a person already born and the life of an unborn human being (a fetus or embryo), the latter is sacrificed (e.g., by abortion, assisted procreation, the use of surplus embryos and even cloning for therapeutic purposes);

c) the interests of scientific research tend to prevail over respect for unborn life;

d) some fixed limits have been set: the rejection of cloning for reproductive purposes and, in Europe, the rejection of the production of embryos for research purposes.

In this overall picture, which emerges from a framework of legal positivism, it is not difficult to see inconsistencies and substantial contradictions. With a view to activity in favour of life, I would consider it helpful to keep in mind that these international policies are in effect the reflection and the result of ways of thinking - which might be called hedonistic or neo-Malthusian - which are widespread in the developed countries and associated with real or alleged economic and political interests. The political consensus forged at a World Conference or the application of a Convention can have a significant influence on the national level, yet they themselves are conditioned by public opinion, which can be influenced by what is being done from below. On the other hand, the international juridical instruments, for all their limitations, do contain principles to which citizens can appeal in demanding from States a greater protection of human life. In addition, there seems to be ample room for activity "from below", inspired by charity. Much can be done to defend life and to create a sense of hope within the broader public before the issue reaches the level of international debate. Activity can take place on many levels, from the national down to the local: by careful attention to the granting of patents, by practical acts of solidarity with mothers struggling to accept an unborn child, by insistence upon the right to conscientious objection without discrimination for health-care workers, and by commitment to scientific research which will respect life.

Notes

(1) Hereafter cited as EV.

(2) EV 11.

(3) Copenhagen Declaration on Social Development (12.03.1995), No. 26a.

(4) "In no case should abortion be promoted as a means of family planning" (ICDP Platform 8.25).

(5) This would have in effect overridden the prohibition of abortion as a method of family planning sanctioned at Cairo.

(6) See the Statement of interpretation by Archbishop Renato R. Martino at the Special Session of the UN General Assembly (30 June - 2 July 1999), in L'Osservatore Romano, 5-6 July 1999, p. 2.

(7) The pill, marketed in France, Great Britain and Sweden, was authorized on 6 July 1999 in Germany and the following day received the "go-ahead" of the Belgian medical authorities; the manufacturer expects that approval will soon be given in Austria, Denmark, Spain, Finland and the Netherlands.

(8) In the French text: "Dans le cas où il n'est pas interdit par la loi, l'avortement devrait être pratiqué dans de bonnes conditions de sécurité".

(9) The international bodies most affected are, in the UN system, UNICEF, UNFPA, WHO, UNDP and the UN Economic Commissions ECA, ECLAC and ESCAP. In particular, UNFPA, together with the IPPF (International Planned Parenthood Federation), has programmes in 157 countries lobbying to change laws and to implement programmes of birth control, with reserves of 335 million US dollars. Among those bodies not belonging to the UN system, the World Bank, Regional Banks for development and the OECD can be mentioned.

(10) Convention cited above, art. 12 and 14.

(11) Relative to Art. 12 of the Convention.

(12) "When possible, legislation criminalizing abortion could be amended to remove punitive provisions imposed on women who undergo abortion": Implementation of Art. 21 of the Convention... General Recommendation on Article 12: Women and Health (1 February 1999), No. 31c, p. 14.

(13) "It is discriminatory for a State party to refuse to legally provide for the performance of certain reproductive health services for women. For instance, if health service providers refuse to perform such services based on conscientious objection, measures should be introduced to ensure that women are referred to alternative health providers" (Ibidem, No. 11, p. 5).

(14) Cf. Resolution of the WHO Assembly WHA 48.10, dated 12 May 1995.

(15) In the Programme Budget 2000-2001, the "Health systems and community health programme" saw a 20.37% increase of its budget. It will be in a position to draw on US$145,022,000, the largest amount after that set aside for communicable diseases. Of this amount, $21,622,000 comes from the ordinary budget, while $123,400,000 comes from other funds. One notes that $64,561,000 (about 50%) will be set aside for reproductive health and research. The other areas of the programme which will receive financing are health systems, the health and development of children and adolescents, women's health. The indication is clear: to increase and spread ideas, initiatives, programmes on reproductive health from a secular viewpoint with all the moral consequences relating to sexuality and the family.

(16) Cf. EV 13, 17, 58-60.

(17) Universal Declaration of Human Rights, Article 3: "Everyone has the right to life, liberty and security of person"; International Covenant on Civil and Political Rights, Article 6.1: "Every human being has the inherent right to life. This right shall be protected by law. No one shall be arbitrarily deprived of his life".

(18) Great Britain and Denmark in particular.

(19) "Whereas the child, by reason of his physical and mental immaturity, needs special safeguards and care, including appropriate legal protection, before as well as after birth" (Preamble of the Declaration of the Rights of the Child, proclaimed by General Assembly Resolution 1386 - XIV - of 20 November 1959); "... He shall be entitled to grow and develop in health; to this end, special care and protection shall be provided both to him and his mother, including adequate pre-natal and post-natal care" (ibid., Principle 4). Twenty years later, in the Convention, Principle 4 of the Declaration was repeated in the Preamble, and in article 6 it was recognized that "every child has the inherent right to life"; but in article 1 the following definition was formulated: "a child means every human being below the age of eighteen years", mentioning the terminus ad quem, but not indicating precisely the beginning and leaving the interpretation of the term "human being" to national legislation, for the precise purpose of making the text acceptable also for those countries opposed to an international prohibition of abortion.

(20) Second part, April 1999.

(21) March 1999 Session.I SWEAR in the presence of the Almighty and before my family, my teachers, and my peers that according to my ability and judgment I will keep this Oath and Stipulation:

(22) Pacto de San José de Costa Rica, dated 22 November 1969; it went into effect on 18 July 1978.

(23) Article 4 § 1: "Toda persona tiene derecho a que se respete su vida. Este derecho estará protegido por la ley y, en general, a partir del momento de la concepción. Nadie puede ser privado de la vida arbitrariamente".

(24) This is one of the reasons why the United States of America did not ratify the Convention. Argentina, in the constitutional reform of 22 August 1994, in Article 22, granted constitutional status to the Declarations of Rights of the American Convention, as well as to those of the two Covenants on Human Rights of the United Nations. In 1998, San Salvador also incorporated into its Constitution the provisions of the American Convention.

(25) Since it is difficult to view the birth of an innocent human being as a crime; instead we have here a combination of crimes to which heavy penalties have already been attached: sexual violence, unlawful confinement, etc.

(26) Cf. EV 63.

(27) 85th Plenary Session, Resolution 53/152 of 9 December 1998.

(28) In addition to the French Episcopal Conference, which published an interesting and timely position paper.

(29) Cf. Article 4.

(30) Cf. Article 11: "Practices which are contrary to human dignity, such as reproductive cloning of human beings, shall not be permitted".

(31) Denmark, Estonia, Finland, France, Greece, Iceland, Italy, Latvia, Luxembourg, the Former Yugoslav Republic of Macedonia, Moldavia, Norway, Portugal, Romania, San Marino, Slovenia, Spain, Sweden and Turkey. The Protocol will go into effect when at least five of the signatory countries have ratified it. It has been presented for signing to the 41 Member States of the Council of Europe and to others which took part in its drafting, such as Australia, Canada, Japan, the Holy See and the United States.

(32) The reference here is to the ADPIC/TRIP Accord (Aspects des droits de propriété intellectuelle qui touchent au commerce / Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights), which establishes a common provision for the protection of intellectual property.

(33) Accord de Marrakech instituant l'Organisation Mondiale du Commerce (Marrakesh, 15 April 1994) - Annexe 1c: Accord sur les aspects des droits de propriété intellectuelle qui touchent au commerce (ADPIC), Articles 27 and 73.

(34) Directive 98/44/CE of the European Parliament and of the Council, dated 6 July 1998, on the Legal Protection of Biotechnological Inventions, in the official gazette of the European Community, Series L, No. 213, 30 July 1998, p. 13. The Member States of the European Union must bring their respective national norms into line with the Directive before 30 July 2000.

(35) This would be an example of how action on the regional level can have a positive influence on the universal level.

(36) Directive 98/44/CE, Article 6, §2.

(37) EV 27.

(38) Protocol No. 6, art. 2; States must report to the Secretary General of the Council of Europe about their respective legislation. Countries which have joined the Council subsequently are requested to adjust their legislation by abolishing the death penalty (in 1995 the Ukraine stated that it would respect a moratorium on executions in view of the abolition of the death penalty within three years).

(39) Cf. EV 27, 55-56.

(40) EV 56.

(41) Vienna, 21-31 May 1996.

(42) Doc. E/CN.15/1996/19, N. 42, p. 11.

(43) Doc. E/CN.15/1996/L.17.

(44) Session of 20-24 May 1996.

(45) It should be noted, however, that no reference is made to the life of unborn children.


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